Europa

20 piatti tipici romani da non perdere quando si visita la Capitale

Un piatto di spaghetti alla carbonara serviti all'aperto in un tavolino di un'osteria romana, apparecchiato con tovagliette di carta . La pasta è accompagnata da un calice di vino bianco. Una mano di una persona raccoglie la pasta con un forchetta.
Piatti tipici romani da provare, dalla carbonara al supplì fino alla porchetta dei Castelli, con i quartieri e i mercati dove mangiarli
30 Ottobre 2026

A Roma la cucina più tipica nasce affonda le radici negli avanzi. C’erano le frattaglie lasciate agli operai dei mattatoi, il pane del giorno prima e il pecorino dei pastori. Da questi ingredienti poveri sono usciti piatti iconici, esportati in tutto il mondo, come la sempiterna carbonara. Molti dei piatti tipici romani, quelli fatti bene, non si mangiano proprio ovunque in città, ma bisogna sapere dove andarli a cercare.

Qui trovi 20 piatti, dai primi ai dolci, in un percorso che parte dal centro storico e arriva fino ai Castelli Romani. Ogni gruppo ha la sua dritta da romani su dove provarli, come si mangiano e come capire se sono fatti bene.

In sintesi: i piatti tipici romani da non perdere sono le quattro paste (carbonara, amatriciana, cacio e pepe e gricia), la coda alla vaccinara, i carciofi alla giudia, il supplì e il maritozzo con la panna. Appena fuori città, ai Castelli Romani, assaggia la porchetta di Ariccia IGP.

Il bancone di una pizzeria al taglio romana, pieno di supplì e crocchette dorate, allineati in file ordinate. Sullo sfondo si vedono teglie di pizza al taglio con prosciutto, mozzarella, pomodorini e rucola
Le pizzerie al taglio sono tappa obbligata di ogni tour gastronomico a Roma

I 20 piatti in breve

La tabella riassume i piatti tipici romani di questa guida, con la zona dove trovarli più facilmente e il periodo migliore per assaggiarli. Le stagioni sono indicative: molto dipende dal raccolto e dal mercato.

Piatti tipici romani: dove e quando provarli
Piatto Tipo Dove provarlo Quando
Carbonara Primo Centro storico, Testaccio Tutto l’anno
Amatriciana Primo In tutta la città Tutto l’anno
Cacio e pepe Primo Trastevere, Testaccio Tutto l’anno
Gricia Primo Trattorie di quartiere Tutto l’anno
Coda alla vaccinara Secondo Testaccio Meglio in inverno
Rigatoni con la pajata Primo Testaccio Tutto l’anno
Trippa alla romana Secondo Testaccio, trattorie di quartiere Il sabato
Saltimbocca alla romana Secondo Centro storico Tutto l’anno
Abbacchio alla scottadito Secondo Trattorie, Castelli Romani Primavera, a Pasqua
Carciofi alla romana e alla giudia Contorno Ghetto Febbraio-aprile
Puntarelle e vignarola Contorno Mercati rionali Inverno e primavera
Supplì Cibo di strada Termini, Trastevere, periferia Tutto l’anno
Pizza bianca e rossa Cibo di strada Forni di quartiere Tutto l’anno
Filetti di baccalà e fiori di zucca Fritti Pizzerie Fiori in primavera-estate
Maritozzo con la panna Dolce Bar e pasticcerie Tutto l’anno
Crostata di ricotta e visciole Dolce Ghetto Tutto l’anno
Dolci delle feste Dolce Pasticcerie Carnevale, marzo, novembre, Natale
Porchetta di Ariccia IGP Cibo di strada Ariccia, furgoni in periferia Tutto l’anno
Pane casereccio di Genzano Pane Genzano e Castelli Romani Tutto l’anno
Ciambelline al vino e pupazza Dolce Frascati e Castelli Romani Tutto l’anno

Primi piatti: le quattro paste romane

Quando ti chiedi cosa mangiare a Roma, la risposta parte quasi sempre da qui. Le quattro paste condividono quasi tutto: il guanciale (la guancia di maiale stagionata), il Pecorino romano DOP e il pepe nero. A cambiare è ciò che aggiungi o togli. Per questo i romani le considerano una famiglia e discutono con passione su ogni variante.

1. Carbonara

La carbonara è il piatto romano più imitato e, forse, anche il più tradito. La ricetta tradizionale prevede guanciale croccante, tuorli d’uovo, pecorino e tanto pepe, senza panna né aglio. Le origini sono discusse. Le prime ricette scritte risalgono agli anni Cinquanta. Una delle ipotesi più diffuse la lega al dopoguerra, alle uova e alla carne in scatola dei soldati americani.

2. Amatriciana

L’amatriciana prende il nome da Amatrice, il paese dei Monti della Laga, in provincia di Rieti, che fino al 1927 apparteneva all’Abruzzo. Il sugo unisce guanciale, pomodoro, pecorino e un pizzico di peperoncino. Dal 2020 l’«Amatriciana tradizionale» è una Specialità tradizionale garantita (STG) riconosciuta dall’Unione europea. A Roma la trovi soprattutto con i bucatini o con i rigatoni.

Un piatto di rigatoni all’amatriciana con sugo di pomodoro, pezzetti di guanciale e una generosa spolverata di pecorino grattugiato, in un piatto fondo bianco. Sulla sinistra una forchetta sta prendendo la pasta
I rigatoni all’amatriciana, con guanciale, pomodoro e pecorino

3. Cacio e pepe

Bastano tre ingredienti: pasta, pecorino romano e pepe nero macinato al momento. Sembra facile, invece è la pasta più difficile da riuscire. Il segreto sta nella crema, che si ottiene mescolando il formaggio con un po’ di acqua di cottura calda ma non bollente. Se il pecorino fa i grumi, la crema è «impazzita». I romani la preferiscono con i tonnarelli, una pasta all’uovo a sezione quadrata.

4. Gricia

La gricia è la più antica delle quattro: guanciale, pecorino e pepe, senza pomodoro. Per questo molti la chiamano «amatriciana bianca». L’origine del nome è incerta, alcuni la collegano a Grisciano, una frazione di Accumoli vicina ad Amatrice, altri ai «gricio», come si chiamavano nella Roma papale i fornai e i venditori arrivati dal cantone svizzero dei Grigioni. È la più sottovalutata delle quattro, oscurata dalla più famosa carbonara, ma molti romani la preferiscono a tutte le altre.

Una padella con rigatoni alla gricia mantecati in una crema di pecorino, con pezzetti di guanciale e pepe nero macinato, vista dall’alto
La gricia, la più antica delle quattro paste romane, con guanciale, pecorino e pepe

Dritta da romani: come riconoscere una buona pasta

In centro trovi le quattro paste in quasi ogni menu, ma la qualità cambia molto da un locale all’altro. Una buona carbonara è cremosa e di colore giallo, mai liquida né rappresa come una frittata. Il guanciale deve essere croccante fuori e morbido dentro: se trovi pancetta o prosciutto, la ricetta non è quella romana.

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Il quinto quarto di Testaccio

Fino al 1975 Testaccio ospitava il Mattatoio, il grande macello comunale costruito alla fine dell’Ottocento. Gli operai ricevevano spesso parte della paga in natura, con il «quinto quarto». Erano le frattaglie, la coda e la trippa, cioè ciò che restava dopo la vendita dei quattro quarti pregiati dell’animale. Dalle cucine del quartiere sono nati così alcuni dei piatti tipici romani più autentici.

5. Coda alla vaccinara

Il nome viene dai vaccinari, gli addetti che scuoiavano gli animali al macello. La coda di bue cuoce per ore nel pomodoro, con tanto sedano, finché la carne si stacca dall’osso. Alcune famiglie aggiungono pinoli, uvetta e perfino un po’ di cacao amaro. Con il sugo avanzato si condiscono poi i rigatoni: così, con una sola pentola, si preparano primo e secondo.

Un piatto di coda alla vaccinara con pezzi di carne di bue cotti a lungo nel sugo di pomodoro e coste di sedano stufato, servito su un piatto bianco. Sullo sfondo, sfocati, si vedono un bicchiere d’acqua, un calice di vino rosso e i tavoli di una trattoria
La coda alla vaccinara, cotta per ore nel pomodoro con tanto sedano

6. Rigatoni con la pajata

La pajata è l’intestino tenue del vitello da latte, cotto con il suo contenuto. Con il calore, il latte all’interno si rapprende e diventa una crema simile alla ricotta. Si serve sui rigatoni con il sugo di pomodoro oppure arrosto. Tra il 2001 e il 2015 è stata vietata dalle norme europee nate dopo l’emergenza della «mucca pazza». In quegli anni i romani hanno ripiegato sulla pajata di agnello, che ancora oggi trovi in molti menu.

7. Trippa alla romana

La trippa, cioè lo stomaco del bovino, si cuoce nel sugo di pomodoro e si completa con pecorino grattugiato e mentuccia. È un’erba aromatica selvatica, simile alla menta, che a Roma profuma anche i carciofi. Il proverbio di casa dice «giovedì gnocchi, venerdì pesce, sabato trippa». Ancora oggi alcune trattorie di quartiere la propongono soprattutto il sabato.

Un piatto fondo bianco con trippa alla romana in abbondante sugo di pomodoro, spolverata di pecorino grattugiato
La trippa alla romana, cotta nel sugo di pomodoro e completata con pecorino e mentuccia

Dritta da romani: dove assaggiare il quinto quarto

Il posto giusto per capire questa cucina è il Mercato di Testaccio, il mercato coperto tra via Lorenzo Ghiberti e via Aldo Manuzio. Di solito apre dal lunedì al sabato fino al primo pomeriggio, ma l’orario può variare e conviene verificarlo prima di andare. Sotto i banchi c’è perfino un’area archeologica, con muri costruiti con anfore vuote in epoca imperiale.

Di fronte al vecchio Mattatoio, oggi spazio culturale, si trova la Città dell’altra economia, in largo Dino Frisullo. Ospita mercati ed eventi, spesso con stand di cibo locale, quindi conviene controllare il calendario. Per altre idee su cosa mangiare a Roma, tra le attività gastronomiche a Roma trovi tour, degustazioni e corsi di cucina.

Secondi e verdure di stagione

8. Saltimbocca alla romana

Una fettina di vitello, una di prosciutto crudo e una foglia di salvia, fermate con uno stecchino e cotte con burro e vino bianco. Il nome dice tutto: sono così saporiti che «saltano in bocca». È un secondo veloce e leggero, che trovi in quasi tutte le trattorie del centro.

9. Abbacchio alla scottadito

L’abbacchio è l’agnello da latte, tutelato dal 2009 dall’indicazione geografica protetta Abbacchio romano IGP. Le costolette cotte alla brace si mangiano con le mani, così calde da «scottare le dita»: da qui il nome. È il piatto simbolo della Pasqua romana, ma lo trovi tutto l’anno. In alternativa prova l’abbacchio alla cacciatora, in umido con aceto, aglio, rosmarino e acciuga.

Un piatto bianco con costolette di abbacchio alla scottadito, dorate e croccanti, accompagnate da patate arrosto. Sullo sfondo, sfocati, si vedono bicchieri e bottiglie sulla tavola
Le costolette di abbacchio alla scottadito, da mangiare con le mani appena tolte dalla brace

10. Puntarelle e vignarola

Le puntarelle sono i germogli della cicoria catalogna, tagliati a listarelle e messi in acqua fredda perché si arriccino. Si condiscono con una salsa di aglio, acciughe, olio e aceto e sono il contorno dell’inverno romano. In primavera, invece, arriva la vignarola, uno stufato di fave, piselli, carciofi e lattuga. Entrambe esistono solo nella loro stagione, ed è proprio questo il bello.

11. Carciofi alla romana e alla giudia

Il carciofo romanesco del Lazio IGP, rotondo e senza spine, è protagonista di due ricette diverse. Alla romana si cuoce in tegame a testa in giù, ripieno di prezzemolo, mentuccia e aglio. Alla giudia, invece, si frigge intero finché le foglie si aprono come un fiore croccante. Questa ricetta nasce nel Ghetto, il quartiere dove la comunità ebraica fu costretta a vivere dal 1555 al 1870. La stagione va da febbraio ad aprile.

Una pirofila bianca piena di carciofi alla romana, cotti interi a testa in giù con i gambi rivolti verso l’alto, nell’olio con erbe aromatiche tritate. Accanto si vede un carciofo crudo e sullo sfondo alcuni peperoncini rossi
I carciofi alla romana, cotti con olio, aglio e prezzemolo

Dritta da romani: il Ghetto e i mercati rionali

Per i carciofi alla giudia il riferimento è via del Portico d’Ottavia, la strada principale dell’antico Ghetto, a pochi passi dal Teatro di Marcello. Nella stagione giusta i carciofi fritti compaiono quasi su ogni tavolo. Prima di sederti a tavola puoi conoscerne la storia: tra le visite guidate a Roma trovi itinerari tra il Ghetto, l’Isola Tiberina e Trastevere.

Per le verdure di stagione, invece, i romani vanno ai mercati rionali. Il Mercato Trionfale, nel quartiere Prati, è uno dei più grandi della città. Quello di piazza San Cosimato, a Trastevere, è più piccolo e frequentato soprattutto dai residenti.

Street food romano: supplì, pizza e fritti

Tra i piatti tipici romani, quelli di strada sono i più alla portata di tutti. Costano poco e si mangiano in piedi, spesso avvolti in un foglio di carta. È il modo più rapido per assaggiare la città tra una visita e l’altra.

12. Supplì

Il supplì è una crocchetta di riso cotto nel sugo di carne, con un cuore di mozzarella, impanata e fritta. Quando lo spezzi, la mozzarella fila. Per questo i romani lo chiamano «supplì al telefono»: il filo ricorda il cavo della cornetta. Il nome deriverebbe dal francese surprise, forse dagli anni dell’occupazione napoleonica. Oggi trovi anche versioni alla carbonara, all’amatriciana o cacio e pepe.

Un supplì spezzato a metà su un tagliere di legno, con la panatura dorata e croccante, il riso al pomodoro e la mozzarella filante al centro
Il supplì al telefono, chiamato così per il filo di mozzarella che si allunga quando lo spezzi

13. Pizza bianca e rossa

La pizza bianca romana è una focaccia bassa, croccante fuori e morbida dentro, condita solo con olio e sale. Esce dai forni la mattina presto e si compra al peso. Quella rossa ha invece un velo di pomodoro. Il ripieno classico è la mortadella, che in romanesco diventa «mortazza»: una merenda che molti romani ricordano dall’infanzia. Diversa è la pizza tonda da pizzeria, sottile e «scrocchiarella», cioè croccante.

14. Filetti di baccalà e fiori di zucca

Nelle pizzerie romane la cena comincia con i fritti. I filetti di baccalà vanno immersi in una pastella leggera e fritti finché diventano dorati. I fiori di zucca, invece, si riempiono con mozzarella e alici. Il baccalà fritto è legato anche alla tradizione del venerdì, il giorno in cui un tempo i cattolici non mangiavano carne.

Primo piano di fiori di zucca fritti in pastella, dorati e croccanti, impilati su una tovaglia a fiori rosa e viola
I fiori di zucca fritti, ripieni di mozzarella e alici

Dritta da romani: dove trovare il vero cibo di strada

In centro il punto più comodo è il Mercato Centrale, nella Cappa Mazzoniana della stazione Termini (via Giovanni Giolitti 36). Un tempo era la mensa dei ferrovieri, oggi è un mercato coperto con banchi di supplì, pizza al taglio e cucina regionale. L’orario indicativo è 7:30-23:00, ma è soggetto a variazioni. Se preferisci farti guidare, il tour gastronomico di Trastevere ti porta in due o tre ore tra pizza, supplì, vino e gelato.

Il cibo di strada più autentico, però, si trova fuori dal centro. Al Pigneto, quartiere popolare a est della stazione, l’isola pedonale di via del Pigneto ospita la mattina un piccolo mercato all’aperto. La sera, invece, si riempie di locali dove mangiare in piedi. Anche Torpignattara e Centocelle, più a est, sono zone dove trovi fritti, pizza al taglio e cucina di quartiere a prezzi da residenti.

Infine, segui i furgoni della porchetta. Arrivano dai Castelli Romani e si fermano ai mercati settimanali, alle fiere di quartiere e lungo le consolari in periferia, come l’Appia e la Tuscolana. È lì, più che in centro, che trovi il panino con la porchetta tagliata al momento.

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Dolci tipici romani

15. Maritozzo con la panna

Il maritozzo è un panino dolce e soffice, tagliato a metà e riempito di panna montata fino all’orlo. Il nome viene da «marito»: un tempo i fidanzati lo regalavano alle ragazze, a volte con un anello nascosto nella panna. A Roma si mangia a colazione, con il cappuccino. Il segreto di un buon maritozzo è la panna montata al momento, non quella spray.

16. Crostata di ricotta e visciole

Nella cucina del Ghetto la ricotta di pecora si abbina alle visciole, piccole ciliegie aspre cotte in confettura. La crostata ha una frolla spessa e un ripieno cremoso. Si racconta che un editto papale vietasse agli ebrei di vendere latticini e che la ricotta venisse nascosta sotto la pasta. È una storia senza conferme certe, ma spiega bene la forma chiusa del dolce.

17. Dolci delle feste

Anche i dolci seguono il calendario: c’è un dolce per ogni ricorrenza. A Carnevale ci sono frappe e castagnole, il 19 marzo i bignè di San Giuseppe ripieni di crema. Intorno al 2 novembre, giorno della commemorazione dei defunti, le pasticcerie preparano le fave dei morti, piccoli biscotti di mandorle. A Natale arriva il pangiallo, un dolce di frutta secca e miele con una glassa dorata.

Una teglia di maritozzi con la panna nella vetrina di una pasticceria: panini dolci e dorati, tagliati a metà e riempiti di panna montata, con una spolverata di zucchero a velo
I maritozzi con la panna, la colazione più dolce dei romani

Dritta da romani: il dolce dell’estate

D’estate, lungo il Lungotevere, cerca i chioschi della grattachecca: ghiaccio grattato a mano da un blocco e condito con sciroppi e frutta fresca. Non va confusa con la granita siciliana, che si prepara congelando lentamente acqua, zucchero e frutta. I chioschi più tradizionali si trovano tra Trastevere e Prati e restano aperti fino a tarda sera.

Fuori porta: i sapori dei Castelli Romani

A una ventina di chilometri a sud-est di Roma, sui colli Albani, i Castelli Romani sono da secoli la dispensa e la cantina della città. I romani ci vanno la domenica per mangiare in fraschetta, un’osteria semplice con vino della casa, porchetta, salumi e formaggi su tavoloni di legno. Il nome viene dalla frasca, il ramo che un tempo segnalava la vendita del vino nuovo. Senza auto, un tour dei Castelli Romani è il modo più comodo per vedere più paesi in una giornata.

18. Porchetta di Ariccia IGP

Ariccia è il paese della porchetta: un maiale intero disossato, condito con sale, pepe, aglio e rosmarino, arrotolato e cotto a lungo in forno. La crosta deve essere croccante, la carne rosata e succosa. Dal 2011 la Porchetta di Ariccia è IGP e la sua sagra si tiene a inizio settembre dal 1950. Il modo classico per mangiarla è nel panino casereccio, senza salse.

Un norcino affetta con un grosso coltello una porchetta intera su un tagliere bianco: la crosta è dorata e croccante, la carne rosata e condita con erbe aromatiche. Accanto si vedono un cartellino con la scritta “Porchetta”, alcune salsicce e bottiglie di vino
La porchetta di Ariccia IGP, tagliata al momento per il panino

19. Pane casereccio di Genzano

Il pane di Genzano ha una crosta scura e spessa, spolverata di crusca, e una mollica soffice e piena di alveoli. Nel 1997 è stato uno dei primi pani in Europa a ottenere l’indicazione geografica protetta. È il pane giusto per la porchetta e resta buono per giorni. Genzano è famosa anche per l’Infiorata di giugno, quando via Italo Belardi si copre di tappeti di petali.

20. Ciambelline al vino e pupazza frascatana

Le ciambelline al vino sono biscotti secchi fatti con farina, zucchero, olio e vino, da intingere a fine pasto nel vino dei Castelli. A Frascati c’è anche la pupazza, un biscotto al miele a forma di donna con tre seni. Due sono per il latte e uno, dice la tradizione, per il vino. Se non riesci ad arrivare fin qui, il tour del vino a Roma ti fa assaggiare i vini della regione senza lasciare la città.

La pupazza frascatana, un biscotto al miele a forma di donna con tre seni rotondi, gli occhi di cioccolato e decorazioni ondulate sul corpo, appoggiato su un centrino di carta bianco e oro
La pupazza frascatana, il biscotto al miele simbolo di Frascati

Dritta da romani: scegli la sagra giusta

Il calendario delle sagre è il modo migliore per scegliere quando andare. A Marino, la prima domenica di ottobre, la Sagra dell’uva si celebra dal 1925 e le fontane della piazza versano vino. A Nemi, a giugno, si festeggiano le fragoline di bosco. Ad Ariccia, a settembre, è il turno della porchetta. Le date cambiano ogni anno, quindi conviene verificarle sui siti dei comuni.

Per abbinare la gita ad altre mete, tra le escursioni di un giorno da Roma trovi anche Tivoli, Ostia Antica e la Tuscia.

Dove mangiare a Roma, dal centro alla periferia

Per orientarti, immagina la città come una serie di cerchi. Tra il Pantheon, piazza Navona e Campo de’ Fiori mangi bene, ma paghi anche la posizione. Il mercato di Campo de’ Fiori, per esempio, ha ormai molti banchi pensati per chi è in vacanza. Il Ghetto, invece, resta la scelta giusta per la cucina giudaico-romanesca, e Trastevere per una cena tra i vicoli.

Il sabato e la domenica mattina, accanto al Circo Massimo, c’è il mercato contadino di Campagna Amica (via di San Teodoro 74). Riunisce produttori del Lazio e cuochi che preparano piatti tipici romani e laziali. Gli orari indicativi sono 8:00-15:00, ma conviene verificarli prima di andare.

Spostandoti verso sud arrivi a Testaccio, dove i piatti tipici romani del quinto quarto restano nei menu di tutti i giorni. A est di Termini, all’Esquilino, il Nuovo mercato Esquilino è il posto dove i banchi romani incontrano spezie e prodotti di mezzo mondo. Più in là, Pigneto, Torpignattara e Centocelle sono i quartieri dove oggi molti romani escono a cena.

Se è il tuo primo viaggio, un free tour di Roma ti aiuta a orientarti tra i quartieri. Le guide, poi, danno spesso qualche dritta su dove mangiare. Per organizzare il resto delle giornate, nella nostra guida su cosa vedere a Roma trovi gli itinerari giorno per giorno.

Il mercato di Campo de’ Fiori a Roma, con i banchi di frutta e verdura sotto grandi ombrelloni bianchi e molti passanti tra le bancarelle. Tutto intorno si vedono palazzi storici color ocra e rosa e, al centro, la statua di Giordano Bruno, sotto un cielo azzurro
Il mercato di Campo de’ Fiori, nel cuore del centro storico di Roma

Consigli pratici per mangiare bene a Roma

I romani pranzano di solito tra le 13:00 e le 14:30 e cenano dalle 20:00 in poi. Molte trattorie chiudono la cucina tra un servizio e l’altro, quindi a metà pomeriggio ti conviene puntare su pizza al taglio, supplì e forni. Gli orari sono indicativi e cambiano da locale a locale.

Diffida dei menu plastificati con le foto dei piatti in sei lingue e del personale che ti invita a entrare dalla strada. Una carbonara con la panna o con la pancetta è un altro segnale da non ignorare. Controlla sempre nel menu anche le voci aggiuntive, come il pane e il servizio.

Segui le stagioni e il calendario. I carciofi danno il meglio tra febbraio e aprile, le puntarelle in inverno, la vignarola e i fiori di zucca tra primavera ed estate. Ricorda anche il proverbio della settimana. Il giovedì molte trattorie servono gli gnocchi di patate, il venerdì il baccalà o la pasta e ceci, il sabato la trippa.

Per bere, usa i nasoni, le fontanelle pubbliche in ghisa sparse per la città: l’acqua è potabile e gratuita. Se tappi con un dito il foro in basso, l’acqua esce da un piccolo buco in alto e puoi bere comodamente.

Una tavola apparecchiata all’esterno di un ristorante con una tovaglia a quadri verde e bianca, piena di cibo finto in mostra: pasta fresca, uova, mozzarelline, formaggio, basilico, pomodori e olive su un tagliere. Accanto ci sono due calici di vino, un tagliere di salumi e un cesto di agrumi e funghi
Le tavole di cibo finto all’ingresso sono un tipico segnale dei ristoranti acchiappaturisti

Domande frequenti

Cosa mangiare di speciale a Roma?

Tra i piatti tipici romani più speciali ci sono i carciofi alla giudia, la coda alla vaccinara e i rigatoni con la pajata. Sono piatti tipici romani che fuori dal Lazio trovi raramente. Per assaggiarli nella versione più fedele, cerca le trattorie di Testaccio e il Ghetto in primavera.

Qual è il miglior street food di Roma?

Il supplì è il re del cibo di strada romano, seguito dalla pizza bianca con la mortazza e dal panino con la porchetta. Lo trovi nei forni e nelle pizzerie al taglio, ma la versione migliore spesso si trova nei quartieri periferici come Pigneto e Centocelle.

Due tranci di pizza bianca farciti con fette di mortadella, con la superficie dorata e qualche bruciatura del forno, appoggiati su un foglio di carta da forno spiegazzata
La pizza bianca con la mortazza, uno dei grandi classici dello street food romano

Cosa devi assolutamente mangiare a Roma?

Se hai poco tempo, tra i piatti tipici romani scegli le quattro paste: carbonara, amatriciana, cacio e pepe e gricia. Aggiungi un supplì come spuntino e un maritozzo con la panna a colazione. Con questi cinque assaggi copri la tradizione più conosciuta della città.

Dove mangiare i piatti tipici romani?

Testaccio è il quartiere del quinto quarto, il Ghetto della cucina giudaico-romanesca e Trastevere delle trattorie tra i vicoli. Per il cibo di strada e i prezzi da residenti, invece, spostati verso est, tra Pigneto, Torpignattara e Centocelle.

Cosa si mangia ai Castelli Romani?

Ai Castelli Romani si mangiano la porchetta di Ariccia IGP, il pane casereccio di Genzano, le ciambelline al vino e la pupazza di Frascati. Il modo più tipico è una tavolata in fraschetta, con vino della casa, salumi e formaggi locali.

Vista aerea di Frascati, ai Castelli Romani: in primo piano una villa storica bianca con una loggia ad archi e una scalinata d’ingresso, circondata da giardini e siepi. Alle sue spalle si stendono i tetti rossi del paese e, in lontananza, la campagna verso Roma
Frascati, uno dei paesi dei Castelli Romani dove mangiare in fraschetta

I piatti tipici romani sono fatti di pochi ingredienti, di stagioni e di quartieri. Più ti allontani dal centro, più assomiglia a quella che si cucina nelle case. Prenditi il tempo di un mercato rionale, di una pizza bianca ancora calda e di una domenica ai Castelli. Il resto lo farà la tavola, e forse anche la voglia di tornare.

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